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Lo scorso
29 marzo i giornali davano notizia di un’anziana, 78 anni, trovata morta
in casa dopo più di 24 ore. A favorire il ritrovamento era stata la
sorella, 82 anni, scesa in strada a chiedere aiuto ai passanti. All’arrivo
delle forze di polizia si è scoperto che nell’appartamento abitavano tre
sorelle “non pienamente autosufficienti” (Eco
di Bergamo, 29/03/2011) ed era la 82enne ad accudire le
altre due (78 e 79 anni). La 82enne era in stato confusionale, aveva una
ferita in testa per una caduta procuratasi probabilmente nel tentativo,
non riuscito, di assistere la sorella, a sua volta caduta e ritrovata
deceduta sul pavimento. Scrive L’Eco di Bergamo: “i carabinieri hanno
svolto un lungo sopralluogo all'interno della casa, dove tra l'altro hanno
trovato tutte le tapparelle abbassate e quando hanno tentato di accendere
la luce hanno scoperto che mancava la corrente”. Mancava anche il telefono
e, abbiamo saputo, non avevano nemmeno il medico di base perché nessuno si
era preoccupato del fatto che, dopo l’avviso spedito dall’ASL, nessuno si
era fatto vivo agli sportelli del Distretto. Per le tre sorelle, dice
l’Assessore ai Servizi Sociali del Comune di Bergamo, dove il fatto è
avvenuto, “non risultano richieste di assistenza”.
Il caso vuole che lo stesso giornale, qualche pagina prima, pubblichi la
notizia che Bergamo è al secondo posto in Italia per ricchezza denunciata
(dichiarazioni IRPEF). Possono coesistere i due fatti? Non si misura, come
dice Bauman, sul pilone più debole la resistenza di un ponte?
Durante gli incontri richiesti da Cgil Cisl Uil al medesimo Assessore ai
servizi sociali abbiamo avuto notizia di consistenti tagli al bilancio
dell’Assessorato (a seconda del modo di calcolarli, dal 4 al 9%) che
costringeranno a ridurre gli interventi del Servizio di Assistenza
Domiciliare (SAD) oltre che degli altri servizi e a rivedere la
compartecipazione degli utenti alla spesa. E questa è solo la prima
puntata. L’anno prossimo arriverà anche l’onda dei tagli nazionali al
Fondo Politiche Sociali e al Fondo per la non autosufficienza.
Questo assessorato si sta preparando a lanciare una campagna dal titolo
“Bergamo città per la famiglia”. Nel programma del progetto si dicono
alcune cose che ci sentiamo ripetere da anni e che il fatto di cronaca
riportato dovrebbe invitare, invece, a ripensare. Si dice che è ora di
“considerare la famiglia non solo come utente destinatario di interventi,
ma anche come soggetto capace di saper identificare i propri bisogni, di
definire obiettivi e di sviluppare una progettualità ed una capacità di
risposta, dando un contributo sostanziale allo sviluppo di politiche per
la famiglia, direttamente o attraverso i propri organi di rappresentanza”.
È la teoria, cara alla Regione Lombardia, del Welfare Community,
dell’auto-organizzazione sociale attraverso le associazioni famigliari che
gestiscono da sole, con i contributi pubblici, i servizi di cui hanno
bisogno. Chi la pensa così ha in mente i cittadini capaci di presentarsi
allo sportello con idee ben chiare (forse troppo …) su cosa vogliono, i
cosiddetti “abili a chiedere”. Ma non esistono solo loro. Anzi, non sono
nemmeno la maggioranza e nemmeno la priorità.
Se l’Assessore trovasse il tempo di leggere l’annuario demografico che
ogni anno pubblica il Comune di Bergamo, potrebbe scoprire che su 58.000
nuclei familiari, ben 26.000 (44,8%) sono composti da una sola persona,
che gli anziani residenti in città sono più di 28.000 e di questi, il 33%
(9.308) vivono soli. Altro che riduzione dei servizi, taglio del bilancio
e auto-organizzazione delle famiglie.
Con la precedente Amministrazione (Assessore Elena Carnevali) era stato
avviato un progetto denominato “Anagrafe fragilità” che, con la
collaborazione dell’ASL, dell’Ambito Territoriale, dell’Università (NB: di
Bergamo, e non di Parma come per il futuribile progetto “Bergamo città per
la famiglia”), delle organizzazioni sindacali e di associazioni del
volontariato, aveva iniziato il censimento capillare di tutti i “casi a
rischio”. Tra i censiti, si collocavano al livello 4, il massimo grado di
allarme, 508 anziani residenti nel comune. Non sappiamo se l’anziana
deceduta e le sue sorelle rientrassero tra gli anziani a rischio così
individuati, ma sappiamo che se il lavoro non fosse stato accantonato, se
il progetto di monitoraggio continuo dei casi a rischio fosse proseguito,
le probabilità di assistere meglio i cittadini più deboli e soli sarebbero
certamente aumentate, anche senza grosse spese, visto l’aiuto del
volontariato e la mobilitazione delle associazioni.
In una città, poi, tra le più ricche d’Italia - e d’Europa - è davvero
penoso che le risorse per l’assistenza sociale per i più deboli siano
insufficienti e continuamente rimesse in discussione. Che ci si risparmi,
almeno, la retorica sulla “Città per la famiglia”.
Bergamo, 6 aprile 2011.
(or amb)
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